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Apparso sul quotidiano La Stampa di qualche giorno fa pubblichiamo un articolo che evidenzia il disagio dei colleghi Tecnici della Prevenzione dell'A.S.L. di Torino, dopo la strage alla Thyssenkrupp, che si vedono accusati di non fare abbastanza. Ma chi punta il dito non sa praticamente nulla della realtà contingente. "Insicuri e impotenti I controllori: manca tutto, possiamo ispezionare solo il 2 per cento delle aziende A Mani nude. A fare i controlli con il personale sotto organico, con la disponibilità di 24 ore su 24 e con la benzina da pagarsi ogni volta che si esce in straordinario. Dura la vita dei tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro delle Asl, gli “Spresal”. Durissima. Perché in Piemonte sono un manipolo di appena 162. Che vuol dire uno ogni 9 mila lavoratori. Dovrebbero essere 225, ma i numeri sono questi. Nella nostra regione le ditte esistenti sono 275.496. In un anno, se ne possono controllare 6866, appena il 2,5 per cento sul totale. Il resto campa senza controlli, almeno di quelli dello Spresal. Cifre che fanno intuire come la capacità di incidere nel settore della prevenzione sia bassa almeno rispetto alla voglia di questi ragazzi che con intuito e professionalità possono evitare altre tragedie sul lavoro. Una cosa è certa: questi tecnici si fanno in quattro. Ieri mattina uno di loro, Michele Montrano, dall’Asl5 diceva più o meno così: «Ho già sul groppone 160 ore di straordinario eppure mi sento ancora dire che facciamo i corsi di preparazione insieme alle estetiste.
Dal 1994 a oggi ho fatto 10 giorni di mutua. Mi sono laureato, ho studiato duro, ho tolto tempo ai miei cari. E adesso mi prendono anche per il... Ho quasi pensato di restituire il tesserino». Dura la vita degli Spresal. Dal 1999 chiedono alla Regione Piemonte di avere un aggiornamento degli organici «e invece loro prevedono di investire appena il 5 per cento nella prevenzione ogni 12 mesi» - dice Maria Gabriella Pregnolato, un’altra ispettrice. Mario Marchio, un tecnico comune che conosce bene l’universo dei controlli, la mette giù in questo modo: «Da sette anni ci lamentiamo. Chiamiamo, telefoniamo, scriviamo, chiediamo incontri e ripetiamo sempre lo stesso ritornello: siamo pochi, troppo pochi per fare un lavoro che, almeno in termini di quantità, aumenta sempre di più e ci impegna 12-13 ore al giorno». I dati che snocciolano gli Spresal sono impressionanti: delle 6866 aziende controllate il 60 per cento ha presentato delle irregolarità emerse durante le verifiche. Non è finita. Negli ultimi anni, per quattro tecnici che hanno lasciato l’incarico, ne è stato assunto uno solo. «Siamo sotto organico di almeno 63 unità, da tempo non si indicono concorsi e non dimentichiamo che, almeno il 70-80 per cento del nostro lavoro, viene svolto per indagini della magistratura» - dicono Sergio Peraudo e Palo Smania, della segreteria dell’Unione Nazionale Personale Ispettivo Sanitario d’Italia -. Ovvero: c’è un incidente, ci chiamano e noi andiamo nelle aziende». E i blitz a sorpresa? «Il tempo è quello che è - continua Marchio -. Dopo aver svolto il lavoro per la Procura, dedichiamo il resto a formazione e ispezioni non richieste dagli inquirenti». Ma è la dinamica stessa di questo lavoro a finire sotto accusa: «Capita di dover svolgere esami e indagini supplementari per casi a dir poco banali, soprattutto se li si guarda in riferimento alla tragedia della Thyssen». Qualche esempio? «Se un cameriere si rompe una gamba scivolando sul ghiaccio mentre va a buttare la spazzatura fuori dal locale, ci vogliono sette giorni di lavoro». Impensabile dunque controllare le altre ditte. Ogni ispettore deve seguire in un anno 62 casi e ogni caso necessita di 2 settimane di indagini: «Fate un po’ il conto, il tempo non basta». Infine c’è la grana degli stipendi. I tecnici dello Spresal al massimo dell'avanzamento professionale prendono 1400 euro al mese. Il parco auto è quello che è, non certamente sufficiente a coprire tutte le emergenze. Il lento smembramento del pubblico ha fatto il resto: «Fino a poco tempo fa - dice Marchio - vigeva la cosiddetta circolare Valpreda: ogni quattro pensionati, se ne assume uno nuovo. Niente turn over insomma. Noi andiamo avanti comunque. Abbiamo passione. Ma sia chiaro: facciamo quello che possiamo». (La Stampa del 15/12/2007 - articolo a cura di Gianni Giacomino e Giuseppe Legato) |